UN BRASILIANO DIVENTATO NAPOLETANO
Faustinho Canè brasiliano nasce a Rio de Janeiro, il 21 settembre 1939, viene da una famiglia perbene e per questo il padre, appaltatore edile, avrebbe voluto di ventasse avvocato. Ultimo di cinque figli, lavorava in un’officina come elettrauto e giocava anche con i fratelli Jair e Jaime nella squadra di quarta serie, dove il papà era il presidente. Approdò a Napoli nella stagione 1962/63, in un’atmosfera di festa, in quanto gli azzurri avevano precedentemente conquistato la Coppa Italia e raggiunto la serie A. Fu scelto dal grande armatore presidente Achille Lauro attraverso una fotografia in acrobazia. Il suo debutto nella gara all’Olimpico è datato 16/09/62 con la maglia n.9, in occasione di Roma- Napoli (3-0), Canè da quella sconfitta ne usci alla grande, colpendo per due volte il legno. Nello stesso campionato debuttarono due partenopei veraci: Antonio Juliano, il grande capitano 505 presenze nella storia, ed un altro grande campione napoletano Vincenzo Montefusco 211 presenze. All’arrivo fu accolto su un motoscafo che lo portò in giro per il Golfo di Napoli, di cui rimase affascinato, firmando il contratto di due anni a 6 milioni di ingaggio. È il caso di dire, però, che il debutto di Canè avvenne in un “campo di galline”, nel corso di un ritiro sui Monti Lattari (ad Agerola), organizzato dal Napoli in grande economia. In occasione di questo ritiro Cane ebbe difficoltà ad
inserirsi. Nella prima annata effettuò solo 7 presenze, poche per dimostrare il suo valore, ma soprattutto per dare un contributo concreto agli azzurri che scivolarono in serie B. Da sottolineare, però, nell’annata i due gol in Coppa delle
Coppe realizzati contro il Beograd di Belgrado sia all’andata che al ritorno. In particolare mi piace ricordare che contro il Beograd fu la mia prima volta allo stadio San Paolo e il gol di Canè fu per me una sorta di battesimo. L’anno successivo, nel campionato cadetto il Napoli non andò oltre l’8° posto. Nonostante la mancata promozione per il ragazzetto di colore non fu un’annata da buttare: 29 presenze e 8 gol. Canè non trovò un ambiente molto favorevole, ma col passare del tempo e con i suoi primi gol, diventò un idolo della tifoseria partenopea. Nel terzo campionato, nella stagione 64/65, grazie ad una intuizione del grande allenatore Bruno Pesaola, Canè fu spostato sull’ala destra e indossò la maglia n.7 che diventò il suo vero numero per un po’ di anni. Il 26 maggio 1965 con la vittoria a Parma
(1-3), il Napoli ritornò in serie A, con una grandissima doppietta del brasiliano ed un gol di Bean. Quel giorno, per evitare l’assalto della folla al suo ritorno a casa, Jarbas restò addirittura quattro ore nel vagone letto del treno! In quell’annata Canè realizzò 15 gol: 12 in campionato e 3 in coppa, diventando il migliore marcatore del Napoli, contribuendo di gran lunga alla promozione degli azzurri. I tifosi azzurri lo paragonavano addirittura a Pele, con la loro pazzia lo ritenevano superiore. La folla napoletana dedicava a Canè ritornelli e striscioni in cui citavano “Didi, Vavà e Pelè site a uallera e Canè” La stagione successiva, il 1965/66, fu quella degli acquisti di Sivori e Altafini, con i
quali Canè riuscì a fondersi perfettamente, formando un trio d’attacco tutto sud americano molto potente.
Memorabili le vittorie azzurre firmate dai tre stranieri, che portarono il Napoli allenato dal “Petisso” Pesaola, conoscenza storica come calciatore dai tifosi partenopei, ad un passo dallo scudetto, precisamente al 3° posto con 45 punti, contro i 46 del Bologna e i 50 dell’Inter (campione d’Italia). Memorabile la sua tripletta con la Spal e i suoi gol decisivi contro le capitoline Roma e Lazio, realizzò 12 gol in 36 presenze.
Fu bomber anche in coppa delle alpi con 2 reti, dove vide il Napoli alzare il trofeo. L’anno successivo la squadra sempre guidata da Pesaola lottò ancora per lo scudetto fino alla fine, nel girone d’andata il Napoli si laureò campione d’inverno, arrivando al 4° posto, dietro alla Juventus con 49 punti, l’Inter 48, il Bologna 45 e il Napoli con 44 punti. Canè realizzò 7 gol, ormai era diventato ala destra, in quel ruolo dava spettacolo e forniva tanti assist. L’annata sportiva inizia male perché da settembre a gennaio non riesce a gonfiare la rete. Si sveglia il 15 gennaio contro
il Lecco, successivamente 2 doppiette consecutive al San Paolo contro Atalanta e Venezia, poi apre le
danze contro il Bologna e in fine di nuovo a Lecco. I suoi 7 centri furono tutti determinanti. Con il suo tiro potente sui calci di punizione, il brasiliano faceva scappare i fotografi da dietro la porta, in quanto, questi ultimi, temevano di essere colpiti. Il brasiliano sosteneva che per un giocatore carioca “sudista”, giocare in una città come Napoli, fosse in un certo senso come stare a casa, c’era una sorta di complicità tra giocatore e pubblico, entrambi desiderosi di
battere la Juventus, il Milan e l’Inter, perché nordisti e dominatrici del campionato italiano. Nella Coppa delle Fiere nel 66/67 segna 3 gol, nelle prime tre gare consecutive, contro Wiener sia all’andata che al ritorno e Odense 1909. Nel 67/68 sempre in Coppa delle Fiere realizza una tripletta all’Hibernian. Mentre in campionato realizza 4 gol in quattro gare determinanti che regalano la vittoria agli azzurri: a Torino contro i granata, a Milano contro l’Inter, al San paolo contro il Milan e l’altro al Varese. Un grande campionato per gli azzurri, che si sentirono derubati nelle trasferte al nord, il Napoli arrivo al secondo posto proprio dietro al Milan. Nel 1969 per Canè fu l’ultimo anno con la casacca azzurra, lo stesso in cui Omar Sivori lasciò il calcio a causa di quella scazzottata in campo contro la Juventus. Fu un anno malinconico per le perdite di questi due campioni. Alla fine del campionato totalizzò 25 presenze e 6 gol. Dei sei gol, indimenticabile la splendida doppietta contro l’Inter. Il campionato si conclude con il Napoli 7°. Il brasiliano viene ceduto al Bari contro la sua volontà, disputa tre campionati ad ottimi livelli ma con il cuore rivolto sempre all’ombra del Vesuvio. Evidentemente però il suo destino era tinto d’azzurro, perché oltre ad aver sposato una bellissima napoletana, ritornò a giocare nel Napoli questa volta però formato linea verde, nel campionato 1972/73 dove venne acquistato con la vecchia formula: a gettoni. Nello stesso anno insieme al suo ritorno, ci fu l’arrivo del giovane Peppe Bruscolotti, che poi divenne una bandiera storica del Napoli. Nonostante gli anni siano passati per lui sarà la seconda giovinezza. Nel ’73/74 arrivarono a Napoli due suoi grandi amici brasiliani, come tecnico, una vecchia conoscenza dei napoletani: l’attante storico del Napoli Luis Vinicio, e l’attaccante Sergio Clerici, acquistato dalla Fiorentina. Il brasiliano con Clerici e l’altro attaccante Braglia diedero spettacolo, in 30 presenze il tridente segno 30 gol: 15 il Gringo, 8 Braglia e 7 Canè. Indimenticabile il boato del 14 ottobre di quell’anno, al 45° del primo tempo segnò alla Juventus. Nel suo ultimo anno in maglia azzurra il Napoli perse lo scudetto a soli due punti dalla Juventus immeritatamente, lottando fino all’ultima giornata. Ancora oggi si parla di quel Na-poli, nonostante siano passati 45 anni, i tifosi del l’epoca ricordano ancora lo spettacolo che offriva lo squadrone bianco azzurro. Concluse la sua carriera calcistica nel Napoli nel 1975, alla corte di Mister Vinicio, il suo rammarico resterà per sempre quello di non essere mai riuscito a vincere lo scudetto in tutto il suo cammino calcistico. Realizzò con la maglia azzurra: 70 gol in 252 gare: 36 serie A, 20 serie B, 4 Coppa Italia e 10 in Europa, con 3 triplette e 7 doppiette. E l’unico calciatore della storia del Napoli ad aver indossato le maglie numero7,9,10 e 11. Fu anche capitano. Nel 2006 in occasione della
celebrazione degli 80 anni della storia del calcio Napoli (che in realtà potevano essere anche considerati 100), organizzata dal sottoscritto, una giuria tecnica formata da campioni della S.S.C.N scelse Canè come ala destra più forte degli 80 anni di storia premiandolo con il Pallone d’oro. Napoli è ormai dentro il suo cuore, il suo viso anche se
mulatto per tutti i napoletani è azzurro. Jarbas ti ringraziamo per tutte le emozioni che ci hai fatto vivere, anche se non hai mai vinto uno scudetto con la nostra squadra, lo hai vinto come calciatore con le tue prodezze. Indimenticabile il rumore del pallone quando tiravi i calci di punizione tra il silenzio della folla che esclamava “CHIST È GOL” e poi come dimenticare quando le cose non andavano bene e i tifosi napoletani simpaticamente per incoraggiarti gridavano rivolgendosi in dialetto napoletano ai tuoi allenatori, Pesaola e Vinicio: “SCIUGL O’ CANE”.
